40 anni di storia italiana.

Qualche riflessione.

L'inizio del disastro.

L'Italia della fine degli anni '70 era industrialmente forte, molto forte. Ogni settore era rappresentato: dall'automobile alla moda, dal turismo all'arte, dall'industria manifatturiera alle costruzioni.

Questa realta' nascondeva pero' una grossa insidia: il "made in Italy" preoccupava molto gli altri stati europei, in particolare modo la Francia e la Germania.
Si concretizza quindi il progetto, piu' o meno palese, di demolizione di questa forte Italia industriale.
Le azioni sono multiple, apparentemente non legate tra loro, di fatto convergono e si muovono nella stessa direzione.

Il primo magistrale colpo che venne inferto fu questo:

il 12 Febbraio 1981 Beniamino Andreatta, allora Ministro del Tesoro, scrive una lettera al governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi dove sostiene che la Banca d'Italia non debba piu' avere l'obbligo di acquistare i titoli di stato emessi dal Ministero del Tesoro e rimasti "invenduti".
Questa decisione/proposta si concretizza per due principali motivi che sembrerebbero scollegati dal progetto a cui abbiamo accennato:

  • In questo periodo si vanno affermando le politiche economiche ed ideologie di stampo liberista, il "Neo-liberismo". (Reagan nel '81, Tatcher nel '79).
  • L'Italia vive un periodo d'inflazione galoppante, a doppia cifra.

Un dato importante e' questo: fino al 1981 la spesa pubblica dell'Italia era tra le più basse dei paesi europei industrializzati.

Le cause che determinavano la forte inflazione in realta' sono altre:

  • La crisi petrolifera, che aveva fatto andare alle stelle i prezzi del petrolio (e che anche negli Stati Uniti aveva generato inflazione).
  • La scala mobile, che legava i salari all'inflazione (se sale l'inflazione, i salari devono essere adeguati per conservare il potere d'acquisto).

Dopo l'inizio degli anni '80 l'inflazione in Italia comincia a calare in modo consistente e quindi i sostenitori del "divorzio" tra Tesoro e Banca d'Italia esultano: la separazione e il conseguente rialzo dei tassi d'interesse sembra funzionare.

In realtà vi sono motivazioni diverse: durante gli anni '80

  • la crisi petrolifera si risolve
  • il meccanismo della scala mobile viene ridimensionato dal governo Craxi.

Questi due fattori, e non il rialzo dei tassi d'interesse o il ridimensionamento della spesa pubblica, che peraltro era già contenuta, hanno favorito un abbassamento dell'inflazione.

Ma quali sono le reali conseguenze del divorzio?

  • Lo stato comincia ad avere difficoltà a finanziarsi. Questo vuole dire impossibilita' di costruire e mantenere infrastrutture, poi tagli alla ricerca, scientifica e tecnologica.
  • Lo stato ha difficoltà a pagare gli alti interessi sul proprio debito, ovvero sul debito pubblico. Infatti il debito pubblico italiano in questo periodo aumenta moltissimo: si passa da un rapporto debito/Pil del 55% nel 1980 ad un quasi doppio 105% nel 1992.
  • L'eccessiva remunerazione dei titoli di stato.

Se è molto alta, come poi si e' verificato, alle grandi aziende conviene comprare titoli di stato e non piu' investire e anche eliminare, una parte dei processi produttivi.

Ci sono due possibili spiegazioni per dare un reale "senso" economico al divorzio che e' stato deciso:

  • Andreatta e Ciampi sono in buona fede. Credono sinceramente, assieme ad un folto gruppo di economisti liberisti (neo-liberisti), che separare Tesoro e Banca d'Italia fosse, da un punto di vista economico, la cosa giusta da fare.
  1. Andreatta e Ciampi sono in malafede (solo un'ipotesi non vi sono prove !), in quanto la manovra favorisce una parte molto ristretta del mercato.

Chi può guadagnare da alti interessi sui titoli di stato? Evidentemente chi ha un patrimonio consistente: famiglie o individui o gruppi che dispongano di grandi somme di denaro da investire liberamente.
Costoro ricavano un vantaggio molto grande dall'alto rendimento dei titoli e non tengono in alcun conto lo svantaggio legato al peggioramento dei conti dello stato. (Come definire questa azione se non molto cinica o financo criminale ?)

Il "divorzio" fu anche il primo reale atto politico che precede gli accordi sovranazionali culminanti con l'entrata in vigore nel 2002 dell'Euro, determinando la fine della nostra autonomia di spesa come stato sovrano.

Se osserviamo anche la serie storica della spesa a deficit sul PIL in quegli anni, vediamo come essa fu molto elevata nel corso degli anni '80 e nel giro di poco più di dieci anni, portò ad un raddoppio del debito pubblico rispetto al PIL.

A differenza di quanto previsto dalla teoria economia allora dominante neoclassica, e da Ciampi, possiamo constatare che:

  • la spesa in deficit dello stato italiano aumentò dopo il divorzio (ricordiamo che la spesa in deficit da parte del governo rappresenta l'attivo del settore privato );
  • l'inflazione di fatto calò in maniera pressoché costante, nonostante maggiore iniezione di liquidità da parte del settore consolidato Tesoro e Banca Centrale, al fine anche di pagare gli elevati tassi di interesse sul debito pubblico di quel periodo;
  • il contenimento dell'inflazione tanto auspicato da Ciampi non si tradusse in un miglioramento assoluto delle condizioni economiche nazionali, ma con una disoccupazione in costante aumento.

Quali sono le reali cause degli elevati tassi di interesse che il nostro governo pagò sul suo debito dopo il Divorzio?

  • L'acquisto netto di titoli del tesoro da parte della Banca Centrale continuò per quasi un decennio dopo il divorzio e dal 1981 fino al 1984 fu addirittura maggiore rispetto al quadriennio precedente, con inflazione in calo, per via del fatto che emettere moneta di per sé non causa inflazione.
  • Nonostante ciò i tassi di interesse aumentarono comunque, quindi la reale causa di ciò va quindi ricercata in altri contesti che si svilupparono durante gli anni '80.
  • Tutto questo infatti accadeva in un decennio di progressiva liberalizzazione dei movimenti di capitale e di vincoli esteri dovuti al cambio semifisso con le altre valute europee (Sistema Monetario Europeo o SME).

Domanda fondamentale ! Tutte le banche centrali sovrane degli altri paesi, Gran Bretagna in testa, finanziano lo Stato. Perche' la banca centrale italiana, Banca d'Italia, non lo deve più fare ?
Da non dimenticare che l'industria statale italiana dava molto fastidio alla Francia e alla Germania.

Secondo tassello di enorme importanza !

Nel 1989 crolla il Muro di Berlino. La Germania si riunisce. Realmente, cosa si cela dietro questa operazione?
Perche' riunire le due Germanie ?
Evidentemente vi sono delle convenienze. Nulla di sentimentale in tutto questo, solo fatti economici.
La DDR e' una nazione molto ricca, sviluppata industrialmente, industria pesante in particolare, valida dal punto di vista delle materie prime, minerali, carbone, ecc., e settore agricolo.
Da aggiungere i milioni di potenziali consumatori che si affacciano al nuovo mercato. Quindi realta' molto appetita.
La Germania ovest, sotto ricatto francese, solo dopo l'annessione della DDR, accetta di aderire all'euro, ma pone delle condizioni: non vuole la concorrenza italiana, in particolare come potenza industriale.

In Italia vi e' un governo molto corrotto, la Prima Repubblica. Viene fatto ogni sforzo per togliere potere alla "casta" a Roma. In molti sono pronti a svendere e sacrificare l'Italia e offrirla all'asse franco-tedesco. Ovviamente tutto viene fatto con la massima discrezione, facendo passare la cosa come unica soluzione alla corruzione dilagante. (n.d.r. ad oggi abbiamo verificato che e' una grossolana menzogna).

Nel 1989, Giulio Andreotti afferma di temere la riunificazione delle due Germanie e tenta di opporvisi. Fino al momento in cui Helmut Kohl chiamo' il ministro Guido Carli lamentando che qualcuno "remava contro" al piano franco-tedesco, Questa telefonata genero' una certa "epurazione" di personaggi che si stavano opponendo al piano, ad esempio l'economista e consulente di Andreotti, Nino Galloni.

Favorevoli invece all'operazione, con forti pressioni, erano Bankitalia, la Fondazione Agnelli, Mario Monti e Confindustria.
Questa e' l'origine della "inspiegabile" tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando.
I poteri europei, hanno sempre temuto l'Italia proprio come potenza industriale.

Osserviamo altri fatti estremamente importanti e facilmente collegabili tra loro.

  • Primo fatto.

Lo stratega del boom industriale italiano era Enrico Mattei che promuoveva una politica energetica legata agli arabi, in netto contrasto con le "Sette Sorelle". Enrico Mattei fu infatti ucciso.

  • Secondo fatto.

Aldo Moro, che con Berlinguer siglo' il compromesso storico, fu assassinato dalle seconde Br, quelle di Mario Moretti, collegate con "servizi" piu' o meno deviati, americani e israeliani.
Anche Kissinger aveva minacciato Aldo Moro poco tempo prima.

  • Terzo fatto.

Cosa strana, ma non tanto, l'uccisione di Pier Paolo Pasolini che denuncio' i mandanti dell'omicidio Mattei, spacciato a lungo come incidente aereo, nel suo romanzo Petrolio.

  • Quarto fatto.

Il giornalista Mauro De Mauro che fu ucciso mentre indagava sull'omicidio Mattei e sulla pista francese di agenti dell'Oas e quella italiana, Gladio.
Quegli anni furono definiti come "anni di piombo", culminati con le stragi che ben conosciamo..

La liquidazione definitiva dell'Italia fu condotta principalmente da Ciampi, Andreatta e De Mita, che pur di sottrarre potere alla classe politica, la più corrotta d'Europa, lavorano alacremente per cederne la sovranità, spacciando il tutto come "soluzione magistrale".
Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d'Italia a fare da "prestatrice di ultima istanza" comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all'investimento pubblico.
Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l'impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi "investitori" privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil.
Non è un "problema", ma esattamente l'obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell'industria e dell'occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l'energia e i trasporti, dove l'Italia stava primeggiando a livello mondiale.

Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d'Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato.
L'industria passa in secondo piano e, da lì in poi, dovrà costare il meno possibile. In quegli anni la Confindustria era solo presa dall'idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione. Aumentare i profitti: una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale. Risultato: perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto. Dati che parlano da soli. E spiegano tutto. Negli anni '80 Nino Galloni fece una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell'acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l'inizio della nostra deindustrializzazione.

Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese, "promosso" nel club del G7, era ancora in una posizione di dominio nel panorama internazionale. Eravamo ancora importanti dal punto di vista industriale e manifatturiero e bastavano pochi interventi per raddrizzare il tutto, bisognava semplicemente riprendere degli investimenti pubblici.
E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni '90, quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale, il "motore" di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi.
Deindustrializzazione: significa che non si fanno più politiche industriali. Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell'industria teorizzò che le strategie industriali non servivano. Si avvicinava la fine dell'Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca Commerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.

Le banche, altro passaggio decisivo: nasce la "banca universale", cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all'economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie speculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E' il preludio al disastro planetario di oggi. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori di questa "catena di Sant'Antonio", tenuti buoni con la storiella della "fiducia" nell'imminente "ripresa", sempre data per certa, ogni tre mesi, da centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti ovviamente sui loro libri paga.
Quindi siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l'emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all'altra, sapendo che l'altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l'economia reale.
Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti. Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, Federal Reserve, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche, americane ed europee, qualcosa come 17.000 miliardi di dollari, cioè più del Pil e di tutto il debito pubblico americano.

Va nella stessa direzione, liquidità per le sole banche e non per gli Stati, la BCE di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite. Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: questi si portano a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompaiono nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo. Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A monte: a soffrire è l'intero sistema-Italia, da quando, nel lontano 1981, la finanza pubblica è stata "disabilitata" col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell'ingresso nell'Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.

Per l'Europa "lacrime e sangue", il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. Questa strada si sa che è impossibile, perché non si possono fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c'è la ripresa.
In piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d'uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro, da Angela Merkel a Mario Monti, ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: l'importante è ridurre i tassi di interesse, che devono essere più bassi dei tassi di crescita. A quel punto, il debito non è più un problema: questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico. A meno che, ovviamente, non si proceda come in Grecia, dove per 300 miliardi di euro se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.

Domanda: questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?. Oppure vogliono davvero raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia.
Privatizzazioni a prezzi stracciati,
depredazione del patrimonio nazionale,
conquista di guadagni senza lavoro.
Un piano criminale: il grande complotto dell'élite mondiale.
Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli "Illuminati di Baviera": sono tutte cose reali, gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose.
Ma il problema vero è che "non trovano resistenza da parte degli Stati". L'obiettivo è sempre lo stesso: togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale. Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli "Illuminati".
Negli Usa c'era la "Confraternita dei Teschi", di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa.
Non abbiamo amici. L'America avrebbe inutilmente cercato nell'Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street.
Nino Galloni fa risalire all'omicidio di Kennedy se gli Usa "sono sempre più risultati preda dei britannici", che hanno interesse ad aumentare i conflitti, il disordine, mentre la componente "ambientalista", più vicina alla Corona, punta a una riduzione drastica della popolazione del pianeta e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l'Italia è stata una straordinaria protagonista.
Galloni dice anche che la Germania non diventerà mai leader, se non accetterà di importare più di quanto esporta.
Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell'export. L'Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d'eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande.
Armi strategiche potenziali ? Il settore della green economy e quello della trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas, ad esempio.
Prima, però, bisogna mandare a casa i sicari dell'Italia, da Monti alla Merkel e rivoluzionare l'Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l'inflazione? Nulla di piu' falso ! Gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflazionistiche.
Eppure, anche i sindacati sono stati attratti in un'area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981. Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l'economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate.
Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l'inizio della fine della globalizzazione, che è il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l'ambiente né la salute. E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore.
Nino Galloni dice: "a me interessa che ci siano spese in disavanzo perché se c'è crisi, se c'è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine.