Emma Bonino

 

La veterana fuori dall’’Europa

 

Candidata alle ultime elezioni con +Europa, senza farcela

 

A Strasburgo è entrata a 31 anni, nel 1979, e ci è rimasta per tre decenni

   
 

Come capita con la marijuana, tutti hanno provato almeno una volta nella vita a votare Emma Bonino. Peccato sia stata quasi sempre lei a fumarsi il voto e a volarsene via, tanti saluti agli aventi diritto che le hanno creduto. 

A questo giro di agognata Europa la veterana di tutti gli psicotropi politici in circolazione ha buttato dalla finestra 822mila voti senza raggiungere il fatidico 4%. Dispetto che ha fatto volentieri al Partito democratico visto che proprio il Partito democratico – atleta di leggendario masochismo – l’aveva appena eletta al Senato, 4 marzo 2018, nel pieno dell’ultima emorragia renziana. 

Ma se il grande Enrico Mattei usava i “partiti come i taxi” e a fine corsa li pagava, Emma Bonino sale a bordo di qualunque mezzo da una quarantina d’anni e non paga mai.

Anzi è accaduto e accade proprio il contrario, visto che dal remoto 1976 a oggi, transitando sia a sinistra che a destra dello spettacolo politico, da Prodi a Berlusconi, da Bersani a Renzi, dagli abortisti al chierichetto Tabacci, sopra e sotto, dentro e fuori i confini nazionali, a favore della pace nel mondo, ma anche bendisposta alla gloriosa guerra umanitaria che brucia vivi solo i cattivi, Emma non è mai rimasta senza un incarico, una poltrona, un pasto caldo, anche al netto di tutti gli encomiabili digiuni intrapresi per le buone battaglie combattute, le libertà della donna, ci mancherebbe.

E per quelle meno buone, l’insofferenza ai sindacati, per esempio. Sempre passando dal corpo, il soggetto politico per eccellenza dell’intera avventura radicale. Che è specialmente la sua. 

Non per caso tutta la sua storia pubblica è cominciata nel modo più privato immaginabile, un aborto. Che passò precisamente al centro del suo corpo – “era il 1974, avevo 27 anni, mi sentivo colpevole come una ladra” – compiendosi nell’esperienza “più sconvolgente della mia vita”.

Una ustione cauterizzata con la politica. Che da allora la aiuta a reagire alle molte ingiustizie del mondo: “La mia indignazione, la rabbia, la solitudine di quel momento sono diventate impegno”.

Icona femminista quant’altre mai, ha avuto in sorte il dispetto di vivere dentro l’ombra del più ingombrante dei maschi alfa, Marco Pannella, che lei chiamava “il mio scimmione” a dirne la sudditanza zoologica per forza maggiore, ma anche la propria consapevole supremazia femminile, in quanto animale politico più astuto.

Capace di suscitare maggiore benevolenza nel pubblico votante, grazie ai suoi piccoli sorrisi e al suo corpo fragile. Compresa la volta in cui annunciò in radio di avere il cancro, era il 2015, preparandosi a combatterlo da “calva di transizione”. Circostanza drammatica per tutti, salvo che per il suo mentore, insofferente alla maggior luce della sua discepola: “Emma ha il cancro? Io ne ho due”. Svelandosi narciso anche nella propria sofferenza.

Per tutta la vita Pannella l’ha celebrata e insieme strapazzata fino all’insulto in pubblico, quando con cattiveria persino commovente, provò ad annettersi tutti i successi politici di Emma, gridando che i ministeri ottenuti, gli incarichi internazionali, i voti, i premi, gli applausi “li ho costruiti io, non lei! Emma è stata oggetto della nostra campagna di valorizzazione!”. Incassata, lasciava intendere, senza mai un grazie: “Non la vediamo mai, non ci consultiamo mai, non partecipa a una sola riunione di partito. Non fa assolutamente vita di partito”.

Improperi narrati con le solite mille parole del padre padrone, a cui Bonino rispose con l’indifferenza della figlia: “Ma sei scemo? Io sono iscritta al partito a 2.500 euro al mese”. 

In quell’eloquio senza troppi fronzoli, Emma Bonino ci è nata, anno 1948, cascina agricola dalle parti di Bra, provincia di Cuneo, padre contadino “che parlava solo in dialetto” e madre casalinga “che non parlava mai”. Seconda di tre figli. Insofferente “al soffocante caldo dell’estate” e al freddo dell’inverno, chilometri a piedi nella neve per andare a scuola.

Poi il liceo nell’aria cupa di provincia. E finalmente un treno per Milano, Università di Lingue, lasciandosi dietro la brutta adolescenza. Per aprirsi all’anno di grazia 1968, quando un po’ di cielo cadde sulla terra e Emma incontrò la sua prima regina madre, Adele Faccio, già veterana radicale, “che mi ha insegnato l’abc della politica”, perfezionata sui tavoli dell’aborto clandestino finalmente portato alla luce del sole, rivendicato come sofferente diritto di ogni donna. 

È su quell’onda che nel 1976 arriva alla Camera, eletta con la prima pattuglia radicale, reduci tutti dalla battaglia vinta del divorzio che per la verità era farina del sacco di Loris Fortuna, socialista pre-craxiano, e che Pannella si è intestato da allora, spingendolo a gomitate fuori dall’inquadratura.

Da quei giorni gloriosi si è mossa in avanti e indietro la rissosa comitiva radicale, tutti in gita permanente dentro al palcoscenico delle Istituzioni, sul quale hanno issato la clamorosa innocenza di Enzo Tortora e la discutibile avventura politica di Toni Negri. Il dramma di Luca Coscioni e la farsa di Cicciolina. L’autentica grandezza di Leonardo Sciascia e la molesta irrilevanza di Daniele Capezzone.

Tutti imbarcati e masticati sul pullman in corsa, di quelli doppi con ampia vista sui diritti civili. Ma avvelenati da insonni battaglie intestine, più psichiatriche che politiche, più sentimentali che ideologiche, autoreferenziali, spesso incomprensibili (“siamo il partito transnazionale, transpartito, liberale, libertario, liberista”) combattute negli infiniti congressi dove hanno sfilato, insieme con i giovani e lucenti segretari via via assunti e licenziati da Pannella, i diritti dei Mapuche, dei Montagnard, dei Ceceni, l’hashish libero, la pena di morte da abolire, le mutilazioni genitali femminili, la buona morte per i malati e la cattiva vita dei detenuti, la non violenza planetaria, ma anche le portaerei di Bush nel Golfo, e i bombardieri italo-americani su Belgrado.

Fino alla insuperabile trovata della battaglia “contro lo sterminio per fame” ricevendone voti, encomi, universale ammirazione anche da quei governi che i loro popoli li affamano per vocazione. 

Persuasa di interpretare al meglio il bene collettivo, e autorizzata dal suo maestro a considerarsi autonoma con i voti e i soldi degli altri, Emma ha indossato l’intero guardaroba istituzionale.

È stata ministro con Prodi e Letta, commissario europeo con Berlusconi, vicepresidente del Senato con Napolitano al Quirinale.

Tre volte al Parlamento europeo, otto volte in quello italiano coi radicali, l’Ulivo, Forza Italia, fino alla lista onomastica, e sempre a cavallo della sua volontà di ferro.

Vittoriosa con i primi referendum, ne ha guidati altri cento, fino a renderli irrisori. Ha vinto la battaglia contro il finanziamento pubblico dei partiti, dimenticandosi del proprio, attraverso la celebrata Radio Radicale che trasmette “contro il regime”, ma con i soldi del regime.

Dettaglio irrilevante per una che si è fatta sparare in Somalia, arrestare in Polonia e in Afghanistan, fermare in Sudan e in Ruanda. Anche se non sembra dice di amare la solitudine.

Da personaggio pubblico, non ha mai smesso di parlare del suo privato, considerandoli inseparabili. Ha raccontato i suoi viaggi, i suoi anni di autoesilio al Cairo, le sue paure, i suoi pianti notturni. I suoi amori, specialmente quello per Roberto Cicciomessere, finito malamente: “Mi lasciò per una di 24 anni”.

Non è mai stata né moglie, né madre. Condannandosi, a suo dire “a rimanere figlia”.

Mai liberandosi davvero dalle antiche ferite. Forse sarebbe l’ora di essere meno avara con se stessa, occuparsi della sua piccola casa con terrazza su Campo dei Fiori. Con un po’ di lentezza e la meritata pensione.