Ipotesi di Luigi Giglio

 
 
 

Come mai l'economia italiana, al posto di ottenere enormi benefici dall'entrata nell'unione europea, è crollata così a picco negli ultimi 20 anni?

Luigi Giglio

 

Luigi Giglio, ha studiato Finanza presso Università commerciale Bocconi

Ha risposto sabato

Se mi venisse comodo farlo, mostrerei i grafici.

 

L’economia italiana ha cominciato ad essere stagnante tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80.

 

Fino a quel periodo, il nostro Paese visse il famoso boom economico in quanto - per la prima volta nell’intera storia d’Italia - vivemmo in un periodo di ridotto spazio dell’autorità pubblica. Non c’erano guerre, tasse sul macinato, sul latifondo, non c’era richiesta di oro alla patria e cose simili. C’era tanto da ricostruire.

 

Conseguentemente, quel periodo fu contrassegnato da una grande espansione delle attività di impresa: la produzione diventava più efficiente e meno costosa, ripartiva l’import/export grazie al miglioramento dei rapporti fra paesi nel secondo dopoguerra e cresceva rapidamente l’alfabetizzazione. C’era l’abbandono delle campagne e le rimesse degli emigrati italiani all’estero.

 

Ci furono molti soldi, quanti non ce n’erano mai stati prima.

 

La ricchezza aumentava, sì, ma i problemi che il Paese si portava avanti rimanevano: il Sud arretrato, la mafia, il terrorismo, lo sfruttamento nelle fabbriche. Nel frattempo la disuguaglianza aumentava e con essa le violente rivolte per le scarse condizioni di vita che si trovavano a vivere molte genti, dalle cui parti il boom faticava ad arrivare.

 

Dapprima ci fu il Piano Marshall, gli aiuti economici da parte degli americani per la ricostruzione post bellica. Gli Stati Uniti volevano però assicurato che la DC, con cui interloquivano, avesse fatto in modo tale da mantenere l’Italia un paese atlantista e filoamericano, andando a rafforzare il fronte anti-sovietico.

 

Per poter mantenere le promesse, la DC dovette fare in modo di costruire un sistema che le consentisse restare tanto tempo al potere. Aveva quindi bisogno di un consenso trasversale: aziende, lavoratori, chiesa.

 

Da qui iniziano le disgrazie che portarono alla frenata della produttività italiana, e con essa la crescita e l’innovazione.

 

Inizia un piano di assunzioni Statali (regionali, provinciali, comunali) enorme. L’Italia divenne uno dei paesi con più impiegati pubblici. Ben pagati (molto di più dei lavoratori nel privato) e illicenziabili.

L’IRI diventa un carrozzone di Stato, con supermercati statali e altre robe assurde. Lo spreco dei soldi pubblici è costante e impunito

La mafia non viene più combattuta, comincia ad espandersi e acquisisce sempre maggior controllo delle istituzioni politiche

Alcune grandi aziende esportatrici cominciano ad andare male. Invece di fare innovazione e investimenti, invece di capire che dovevano aumentare la qualità dei prodotti (o cambiare tipo di prodotti) e aumentare la produttività, chiedono sussidi e svalutazioni. La DC, come è ovvio, accomoda. Iniziano aiuti di stato a gogo e svalutazioni “competitive” della Lira. Le imprese stanno bene così, non hanno bisogno di innovare e investire.

Se le aziende vanno male ci sono tanti esuberi. Cosa fare? Ma ovviamente, proprio lei! La Cassa Integrazione: un magnifico strumento che da soldi a chi non fa niente

Vengono introdotte tante misure suicide: la “scala mobile” che adegua automaticamente gli stipendi all’inflazione, generando ancora maggiore inflazione - ovvero perdita di potere d’acquisto e incertezza nell'attività economica.

Tra le altre misure suicide: Lo Statuto dei Lavoratori, i Contratti collettivi nazionali, le Gabbie Salariali. Tutte misure che hanno ingessato il mercato del lavoro e reso costoso il lavoro dipendente.

Forse la più importante di tutte: pensioni retributive e baby pensioni, il più grande furto intergenerazionale di tutti i tempi, nonché grande disincentivo al lavoro oltre i 55 anni.

Chiaramente con tutte queste folli prebende di stato, aumenta a dismisura la tassazione e il debito pubblico, che paghiamo ancora oggi.

Il problema delle svalutazioni e sussidi non sussiste più per fortuna grazie all’euro. Tuttavia le imprese hanno fatto fatica (e continuano a farla) a riconvertirsi e ad adattarsi alle esigenze del mercato, dato che ora non paga più Pantalone.

 

Contestualmente all’entrata dell’euro, nel 2000, la Cina entra nel commercio mondiale. Le nostre imprese in larga parte fino a quel punto avevo offerto prodotti manifatturieri a basso valore aggiunto (non avendo fino ad allora innovato). La Cina poteva farlo a costi minori e prese dunque il nostro posto. Le aziende degli altri paesi provenivano da contesti abbastanza competitivi e avevano quindi dirottato le proprie produzioni su servizi ad alto valore aggiunto e tecnologicamente avanzati. Noi siamo rimasti a bocca aperta e col cappello in mano mentre il mondo andava avanti.

 

L’entrata nell’euro ha tuttavia ridotto di molto il costo di finanziamento del debito. Si stimano risparmi cumulati di oltre 300 miliardi € di interessi in meno. Questo guadagno è andato sprecato, ma tant’è.

 

Il retributivo è - nonostante la Fornero - ancora lo zoccolo duro (oltre l’80–90%) delle pensioni in essere.

 

Penso di potermi fermare qui, ma ti giuro che se continuassi l’euro sarebbe l’ultimo dei problemi.

 


Questa la mia risposta

 

Temo di non essere d’accordo con quanto dice Luigi Giglio. Io non ho studiato alla Bocconi, pero’ qualche idea me la sono fatta sia di finanza sia di economia.

Nel suo scritto limita l’analisi all’Italia e non prende in considerazione altri fattori estremamente importanti, in particolare nello scenario internazionale. Non e’ facile fare una “classifica” di questi fattori, non ve n’e’ uno piu’ importante dell’altro, tutti concorrono alla disfatta politica, sociale e economica dell’Italia che conosciamo oggi.

 

Prima parte, il neoliberismo.

 

Le teorie economiche neoliberiste si sono concretizzate nel primo dopo guerra, circa 70 anni fa. Due i sottoperiodi:

 

1945-1980 con prevalente politica economica keynesiana dal 1980 tali politiche sono state progressivamente sostituite da quelle neoliberiste, di segno radicalmente opposto.

 

Il neoliberismo, al pari del keynesismo, non e’ solo una tecnica di governo dell’economia, ma e’ soprattutto la visione di come la societa’ deve essere e come e da chi debba essere gestito il potere.

 

Una breve spiegazione per meglio capire.

 

Keynesismo

 

Keynes riteneva necessario l'intervento dello Stato che, attraverso la spesa pubblica, può determinare un aumento del livello di occupazione e, di conseguenza, un aumento dei redditi delle famiglie e, quindi, dei consumi.

Per poter mantenere un determinato volume di occupazione è necessario che si effettuino investimenti sufficienti ad assorbire la differenza tra la produzione totale e i consumi. Le imprese, di fronte all'aumento della domanda, avrebbero aumentato la produzione creando così nuovi posti di lavoro e innescando un meccanismo di ripresa.

 

Neoliberismo


Il neoliberismo è una teoria economica che poggia su due assiomi fondamentali.

Il primo: la competizione è sempre una cosa positiva e deve essere favorita tramite deregolamentazioni e apertura al commercio internazionale.

 

Il secondo: lo stato deve avere nell’economia il ruolo più ridotto possibile: quindi bisogna privatizzare, tagliare la spesa, ridurre il debito pubblico e il deficit.

Gli stessi ricercatori dell’FMI (ndr. Fondo Monetario Internazionale) sostengono che l’applicazione rigida di queste teorie non sempre produca risultati positivi.

 

Per questa ragione, aggiunge il capo economista del fondo Maurice Obstfeld, sono cambiate le ricette che il fondo raccomanda agli stati che chiedono il suo aiuto. Il suffisso “neo”, in questo caso, significa che i suoi aderenti hanno riscoperto l’importanza del liberismo classico, che agli albori della scienza economica sosteneva la capacità del mercato di auto-regolarsi e la necessità per lo stato di non intromettersi troppo in questo processo.

 

Ma i tre ricercatori dicono anche un’altra cosa: quando la sinistra accusa il neoliberismo di essere diventato un pensiero egemone nella nostra società ha almeno in parte ragione. Negli ultimi decenni i due assiomi fondamentali del liberismo, apertura alla concorrenza e ritiro dello stato dall’economia, hanno conosciuto una grandissima diffusione.

 

Forse non è proprio “tutta colpa del neoliberismo”, ma quello che è accaduto a partire dagli anni Ottanta fino alla Grande crisi porta incisi i suoi segni, nel bene e nel male.

 

1978‐1980, UN TRIENNIO DI SVOLTA

 

Il triennio 1978‐1980 ha costituito un punto di svolta rivoluzionario nella storia  sociale  ed economica del mondo.

 

Questa rivoluzione ha avuto quattro epicentri:

 

Nel  1978  il  leader  cinese  Teng  Hsiao‐ping  avvia  la  liberalizzazione  di  un’economia governata da comunisti in un paese che ospita un quinto  della popolazione mondiale. Grazie a ciò la Cina, nell’arco di due decenni,  si trasforma da paese arretrato e chiuso in se stesso in un centro della  dinamica capitalista globale, caratterizzato da tassi di crescita talmente  sostenuti da non avere confronti nella storia.

 

Nel luglio del 1979 l’economista Paul Volcker assume la guida della Federal  Reserve – cioè della banca centrale statunitense – e, nel giro di pochi  mesi, modifica radicalmente la politica monetaria che era stata adottata  per decenni in America. da quel momento in poi Fderal Reserve condurrà  la lotta all’inflazione senza alcun riguardo per le sue conseguenze sociali,  e in particolare per la disoccupazione.

 

Nel  1979  in  Gran  Bretagna  l’esponente  del  Partito  conservatore  Margaret  Thatcher  viene  eletta  primo  ministro  sulla  base  di  un  programma  elettorale che prevede di porre un freno al potere dei sindacati e  di  mettere fine alla stagnazione inflazionistica che aveva soffocato il paese  nel decennio precedente.

 

Nel  1980  l’esponente  del  Partito  repubblicano  Ronald  Reagan  diviene  presidente degli Stati Uniti e avvia una politica economica fondata da un  lato sul sostegno alle manovre compiute da Paul Volcker alla Fed e da un  altro lato su una miscela di misure finalizzate a contenere i sindacati, a  deregolamentare l’industria, l’agricoltura e lo sfruttamento delle risorse,  e a liberalizzare le attività finanziarie a livello nazionale e sullo scenario  mondiale 

 

Una sintesi del neoliberismo.

 

Mi rifaccio alla Costituzione Italiana, i primi principi fondamentali:

·         L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

·         La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

·         Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

·         E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

·         La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Il neoliberismo praticamente cancella tutto questo e sconvolge i parametri logici di una societa’ sana, governata da personaggi sani, dove il principio,come direbbero i latini, e' la diligenza del bonus pater familias.

 

Una societa’ sana deve salvaguardare quattro momenti fondamentali ben distinti tra loro, ma assolutamente dipendenti  l’uno dall’altro.

 

Etica, Politica, Economia, Finanza.

 

L’Etica identifica i principi, stabiliti principalmente dalla Costituzione, affinche’ il popolo migliori la qualita’ della vita. Diritto alla sovranita’, diritto all’uguaglianza, diritto all’istruzione, diritto al lavoro, diritto alla sanita’, diritto ad avere una propria casa, diritto alla propria sicurezza, diritto a crescere i propri figli decorosamente !

 

La Politica  ne recepisce i principi e li trasforma in leggi, affinche’ tutti possano goderne, nei limiti del proprio bilancio, indicando all’Economia, gli strumenti per realizzarli.

La Finanza fornisce, infine, le risorse e “finanzia” le opere utili al popolo.

 

Il neoliberismo ha semplicemente stravolto questa logica: oggi al primo posto troviamo la Finanza che opera autonomamente per il conseguimento di fini esclusivamente privati. Banche in testa, ma anche gruppi o famiglie con grandi capitali a disposizione.
 

Il neoliberismo ha generato anche parecchi disastrosi fallimenti:

 

L'American Airlines, che ha portato i libri in tribunale, con un patrimonio stimato in 2,45 miliardi di dollari e oltre 78 mila dipendenti, è una delle più grosse aziende a fallire della storia recente.

 

La Lehman Brothers, fallita nel 2008, con asset per 691 miliardi di dollari (528,8 miliardi di euro).  

La banca Washington Mutual (2008). 

WorldCom (2002). 

General Motors (2009). 

Citigroup (2009). 

Enron (2001). 

Conseco (2002). 

MF Global (2011). 

Chrysler (2009). 

Thornburg Mortgage (2009). 

Pacific Gas & Electric (2001).

 

E anche:

 

Alitalia, 

banche venete, 

Borsalino, 

Paralat, 

Melegatti.

 

Il neoliberismo selvaggio e’ anche questo:

10 miliardi di tonnellate di Permafrost (il famoso Ghiaccio Eterno polare) si sono sciolti in un solo giorno (anno 2019), in un luogo remoto nel Nord della Groenlandia, dove la temperatura media in Agosto dovrebbe stabilizzarsi sui 6°centigradi di giorno e i -12° centigradi la notte: in questi giorni la massima diurna registrata è di 21°centigradi.

4,5 milioni di ettari di Foresta Siberiana (il secondo polmone terrestre dopo l'Amazzonia) sono andati in cenere in pochi giorni (anno 2019), rilasciando in atmosfera la stessa quantità di CO2 prodotta dal Belgio in un anno.

In Brasile, Bolsonaro (anno 2019)sta attuando una selvaggia politica di disboscamento che sta accelerando la scomparsa del più grande e inestimabile tesoro del pianeta, la foresta amazzonica: la nostra bombola d'ossigeno. Tutto in nome degli affari.

Solo uno di questi 3 segnali dovrebbe farci drizzare le antenne, le TV di tutto il mondo non dovrebbero parlare d'altro, i governi di tutto il pianeta dovrebbero riunirsi seduta stante per discutere un rimedio, noi dovremmo organizzarci per conoscere il problema a fondo e comportarci di conseguenza.

Invece no:

Il problema è l'aggiornamento dello smartphone al nuovo 5G.

Il problema è come impedire a dei disperati su una bagnarola che scappano da genocidi e fame di mettere piede a "casa nostra".

Il problema è questo caldo fastidioso che toglie energie, ci costringe a prendere il Polase Sport. Quando eravamo piccoli non c'era, questo caldo.

Il problema è questa noia mortale, niente di interessante in TV, la musica commerciale, non esistono più le grandi rock band di un tempo.

Il problema è che i giovani non si capisce cos'hanno per la testa, - "bisognerebbe fargli fare il militare" - dicono.

Il problema è come avere i soldi per comprarsi un TV full HD, non importa se per le componenti in litio stiamo saccheggiando la Bolivia.

Il problema sono questi maledetti zingari che non ne vogliono sapere di come si sta al Mondo. Noi invece sì, che lo sappiamo.

Il problema è che c'è gente che vuole eliminare le basi militari che stanno inquinando irrimediabilmente il Mediterraneo: portano assistenzialismo e comprano il nostro ozio, questo è l'importante. Assolutamente marginale se poi ci becchiamo un cancro alle vie linfatiche e gli agnellini nascono con due teste.

Tutto è un problema, tutto è preoccupazione, tutto ci riempie le giornate, tutto ci fa discutere. Tranne quello che conta davvero.

Presto ci renderemo conto che non siamo padroni di casa, ma ospiti. Ospiti graditi un tempo, ospiti sgraditi oggi.

La vera padrona di casa si prepara a sfrattarci, e non sarà uno sfratto indolore.

Non verrà uno di Equitalia a bussare alla porta.

 

Verrà l'acqua.

Verrà il vento.

Verrà la grandine,

il Sole,

la terra,

il fango,

 il caldo,

 il freddo.

Verranno tutti insieme urlando, e solo allora ci renderemo conto che i pellerossa avevano ragione: i soldi non si possono mangiare.

 


 

Parte seconda

 

La sistematica demolizione dell’Italia come potenza industriale.

 

E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato. Da notare che questo viene fatto normalmente dalle altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese.

 

Anno 1989, quando crolla il Muro di Berlino.

L’asse franco-tedesco, saldamente unito come oggi, pianifica la riunificazione della Germania e l’entrata della stessa nell’Europa aderendo all’euro e rinunciando al marco.  Ll nuovo assetto europeo deve eliminare dalla scena il concorrente più pericoloso: l’Italia.

 

A Roma, pur di togliere Il potere sovrano e’ nelle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, questo naturalmente all’insaputa degli italiani.

 

Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi. Poi il cancelliere Helmut Kohl si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il progetto franco-tedesco (ndr. Il rematore era Nino Galloni, docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato). 

 

Contro Galloni c’era Mario Monti, Bankitalia, Fondazione Agnelli e Confindustria.

 

I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave.

 

Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle” (ndr marchio USA).

 

Il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer, assassinato dalle Br. Il leader della Dc era comunque nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: Kissinger ad esempio.

 

Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo.

Recentemente alla morte del fondatore dell’Eni e’ collegata quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto qualcosa

 

Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana avrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze.

Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa.

 

Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico.

 

Con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esplode fino a superare il Pil.

 

Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e.

 

Degli investimenti pubblici da colpire, "la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale".

 

Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato.

 

L’industria passa in secondo piano e, da lì in poi, dovrà costare il meno possibile. "In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione". Aumentare i profitti: questo il diktat !

 

Risultato: "perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore solo se hanno prospettive di profitto. Dati che parlano da soli e spiegano tutto: "negli anni ’80 i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi.

Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione".

 

Alla caduta del Muro, il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale.

 

Eravamo ancora qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero, bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere dagli investimenti pubblici.

E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale, il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi.

 

Deindustrializzazione: significa che non si fanno più politiche industriali. Anche Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria, teorizzò che le strategie industriali non servivano, colossale errore.

 

Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca Commerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.

 

Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” (ndr la risposta del Congresso degli Stati Uniti alla crisi finanziaria iniziata nel 1929 che mise in ginocchio numerose banche americane), nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie speculative.

 

Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E’ il preludio al disastro planetario di oggi.

 

Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga.

 

Quindi siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita.

 

Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti. Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di dollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».

 

Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della BCE di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite.

 

Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative. Questo denaro, milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono tranquillamente fallire (ndr MPS, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, e molte altre) .

 

Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità.

Innegabilmente da quando, nell’ormai lontano 1981, la finanza pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia, il sistema-Italia soffre.

 

 Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. Ma come fai a pareggiare il bilancio se non c’e’ la ripresa ?

E’ un percorso suicida, e i fatti lo stanno dimostrando.

La tragedia finale e’ ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact (ndr un trattato per stabilire norme e vincoli validi per tutti i paesi firmatari e intervenire in particolare sulla politica fiscale dei singoli paesi. Sia simbolicamente sia materialmente, comportò la cessione di una fetta della propria sovranità economica di ogni paese a un ente sovranazionale, l’Unione Europea) e il pareggio di bilancio.

 

(ndr Illustri predecessori del Fiscal Compact.Il Trattato di Maastricht, entrato in vigore l’1 novembre 1993, e il Patto di stabilità e crescita, sottoscritto nel 1997. Nel Trattato di Maastricht, fra le altre cose, erano contenuti i cinque criteri che ciascun paese avrebbe dovuto soddisfare per adottare l’eur, fra cui:

un rapporto fra deficit (cioè il disavanzo annuale di uno stato) e il prodotto interno lordo (PIL) non superiore al 3 per cento,

un rapporto fra debito complessivo e PIL non superiore al 60 per cento.

Nel Patto del 1997 l’Unione si dotò invece degli strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che non avessero rispettato i vincoli imposti nel 1993. Se un patto prevede solo avvertimenti e sanzioni cominciamo proprio bene )

 

In piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro, da Angela Merkel a Mario Monti, e ribaltare la politica europea. Il ritorno alla sovranita’ monetaria e cancellare il debito pubblico come problema. Puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: l’importante è ridurre i tassi di interesse, che devono essere più bassi dei tassi di crescita.

 

A quel punto, il debito non è più un problema: questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico. A meno che, ovviamente, non si proceda come in Grecia, dove "per 300 miseri miliardi di euro" (ndr si parla di nazioni, ovviamente) se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.

 

Cio’ che e’ accaduto in Grecia ha un che di perverso, una perfetta trappola fatta ai danni di un intero popolo. Gli istituti di credito della Troika – il Fondo monetario internazionale, la Banca centrale europea e la Commissione europea – intervennero una prima volta durante la primavera del 2010, quando Atene non fu più in grado di restituire i 310 miliardi di euro presi in prestito dalle principali banche europee.

Due anni più tardi, nel 2012, la Troika propose un secondo piano di salvataggio incentrato sulla cancellazione del debito per un valore di 100 miliardi di euro da parte di istituti di credito del settore privato.  

La Grecia ha utilizzato soldi che ha avuto in prestito non per migliorare la qualita’ della vita del popolo, ma per rimborsare le banche private: le banche private francesi, le banche private tedesche, le banche private italiane, ecc.

 

C’è una campagna per distorcere la realtà. Questo si ottiene generalizzando le bugie. Se si ripete cento volte la stessa cosa, si finirà per credere che sia vera, che sia la realtà. E questo non accade solo in Grecia, ma anche a Cipro, in Irlanda, in Portogallo.

 

Cosa e’ avvenuto in Italia ? Privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro, azzeramento delle conquiste sociali.

 

Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere e reali, gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose.

 

Da parte degli Stati non vi e’ alcuna resistenza. L’obiettivo è sempre lo stesso: togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale.

 

Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”.

 

Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa.

 

Non abbiamo amici, l'Italia non ha amici.

 

Unico futuro possibile: la Cina ? ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export (ndr 1,4 miliardi di potenziali consumatori).

 

L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande.

 

Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello della trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas. Se poi aggiungiamo l'eccellenza italiana in ogni altro settore, siamo in grado in tempi brevissimi di risollevare le sorti dell'Italia.

 

Prima, però, bisogna mandare a casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali.

 

Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Anche i sindacati sono stati attratti in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981.

 

Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate.

 

Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è “il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute”.

 

E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore.

Se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine.