Unite peggior destra e miglior sinistra

 

Furio Colombo | 9 Giugno 2019

 

 

 

Chi conosce persone di “sinistra” sa che si è subito diffusa una sorta di sollievo nell’apprendere del ritorno dei socialdemocratici al governo della Danimarca. Stesso partito con rigoroso pedigree socialista (occupazione, salari, attenzione alle scuole e agli ospedali, protezione ai più deboli, sostegno a famiglie e bambini, parità delle donne) con in più un correttivo che ha subito portato al successo: tutti sì, ma gli immigrati no.  

Sono i giorni in cui reparti militari americani al confine con il Messico e reparti militari messicani al confine con il Guatemala sono schierati in fitta catena per impedire che le disperate carovane di famiglie in fuga dal banditismo e dalla fame, che continuano ad arrivare dai poverissimi Stati centroamericani, possano passare il confine e varcare la frontiera.

I confini sono chiusi e devono restare chiusi.  

Se lo restano, decenni di illusorio lavoro delle Nazioni Unite nel tentativo di mettere in contatto i ricchi con i poveri, e di colmare, almeno fino a un grado minimo di sopravvivenza, i paurosi dislivelli di esistenza e sopravvivenza fra popoli e popoli, Stati e Stati, e giochi economici ben congegnati dove comunque il più forte si prende tutto, saranno stati inutili. 

Ancora una volta il leader mondiale della riorganizzazione del mondo è il presidente Usa. Donald Trump ha portato una straordinaria innovazione nella storia del mondo agiato.

Prima di lui, presidenti americani avevano cercato, con vera grandezza di visione (Roosevelt, Kennedy, Carter, Clinton, Obama) di accostare le due parti (i ricchi e i poveri, gli stanziali e i profughi) e altri avevano soltanto espresso, ma con cautela e moderazione, buoni sentimenti e nessun tentativo di cambiare le cose. 

Trump ha fatto squillare le trombe di un giudizio universale che proclama il diritto di razza, e di controllo esclusivo della propria ricchezza. Si tratta di proclamare un riconoscimento delle cose così come sono: i ricchi si difendono dietro confini chiusi e armati, pronti alla vendetta in caso di violazione (con diritto di prelievo di qualunque bene di necessità esistente presso i poveri, come il titanio in Africa).  

I poveri restano dove sono anche in caso di rovinosi cambiamenti climatici e di malattie. E, per precauzione, i volontari vengono scoraggiati, disprezzati e, in caso di rischio per la loro vita, denigrando ogni tentativo di salvezza come un costo inutile.

Abbiamo sempre detto che Trump è un pessimo americano, e che gli americani della grande tradizione solidarista sono contro.  

Ma proprio in questi giorni una importante rivista “liberal” (The Atlantic) titola: “Se i progressisti non fanno rispettare le frontiere, ci penseranno i fascisti” (cito da Repubblica, 7 giugno).

È la posizione del celebre e ultra-liberal sindaco di New York De Blasio, e di più di metà dei democratici che – a Washington – hanno il controllo di una delle Camere.

Ma anche del socialista Sanders e di molti democratici post kennediani. La vera differenza fra le due posizioni prevalenti sulle barriere alla migrazione sta diventando il linguaggio e i modi di dissuasione.  

Secondo alcuni italiani, per esempio, “il muro” dovrebbe smettere di salvare in mare e dichiarare reato il salvataggio. Ciò che colpisce è che non si intravedano tentativi di affrontare il problema “migranti” come si fa con le malattie: non si negano ma si affrontano con espedienti che puntano al malanno, non alla persona malata.

Prevale di nuovo la parola frontiera, come se il ricordo di un mondo con le frontiere chiuse (che portano fatalmente armi, soldati e guerra) fosse andato perduto, dopo avere insanguinato la storia.  

Un fatto sensazionale poco notato ma tristemente esemplare è la visita (che viene descritta come “amichevole”) fra Aung San Suu Kyi (Nobel per la Pace, lungamente prigioniera politica e ora presidente formale di Myanmar-Birmania) e il leader Orbán, che il dizionario, e non l’opinione, impone di definire “fascista”. 

Orbán ha costruito una vasta barriera di filo spinato per isolare l’Ungheria, non ha mai visto un migrante, la sua minoranza da reprimere sono gli intellettuali liberi e antifascisti del suo Paese.

Ma fa da sponda e alleato ai sovranisti e suprematisti europei come i leghisti italiani. La Nobel birmana conosce la tragedia del suo Paese, la persecuzione della minoranza uigura, e non l’ha mai condannata.  

Siamo di fronte all’espandersi di un “buon senso” di frontiera, un fenomeno grave e in crescita? Qualcuno sta trovando un punto di congiunzione fra il timore di ritorno del fascismo e un modo di rassicurare i cittadini che rafforza la democrazia?

O stiamo assistendo a un forte sbandamento a destra? Quando sapremo a quale sponda del guado stiamo approdando, dovremo riconoscere che solo il Papa, tra i leader, ha continuato a vedere gli immigrati come esseri umani in cerca di un aiuto che la peggiore destra e la migliore sinistra hanno, quasi con le stesse ragioni, negato.