Migranti italiani. Circa 20 milioni dal 1892 al 1954.  
     
 

Grande emigrazione. Intere cittadine, come Padula in provincia di Salerno, videro la loro popolazione dimezzarsi nel decennio a cavallo tra '800 e '900. Di questi quasi un terzo aveva come destinazione dei sogni il Nord America, affamato di manodopera.  

 

A partire non erano solo braccianti. Gli strati più poveri della popolazione in realtà non avevano di che pagarsi il viaggio, per questo tra gli emigranti prevalevano i piccoli proprietari terrieri che con le loro rimesse compravano poi casa o terreno in patria. 

 

E, proprio come gli immigrati oggi che giungono da noi, non iniziavano l'avventura con tutta la famiglia: quasi sempre l'emigrazione era programmata come temporanea e chi partiva era di solito un maschio solo.

 

Viaggi della speranza. Di solito chi partiva dalle regioni del Nord si imbarcava a Genova o a Le Havre in Francia. Chi partiva dal Sud invece si imbarcava a Napoli. Un sacco imbottito di paglia e un orinatoio ogni 100 persone erano gli unici comfort di un viaggio che poteva durare anche un mese.

 

L'approdo dei bastimenti di emigranti è l'isola di Ellis Island, nella baia di New York.

In molti muoiono durante il viaggio e quelli che sopravvivono vengono esaminati scrupolosamente dalle autorità sanitarie: si teme che gli italiani portino malattie, come il tracoma (un'infezione degli occhi che rende ciechi).

 

Alle visite mediche segue una visita psico-attitudinale. Chi non supera i controlli, che possono durare anche tre giorni (in cella), viene marchiato con una X sui vestiti e rimandato indietro.


Sui documenti rilasciati agli italiani, accanto alla scritta white (bianco), che indica il colore della pelle, a volte c'è un punto interrogativo:
è un altro indice del razzismo che devono subire gli italiani da una parte della società americana.

 

Molti morivano prima di vedere il Nuovo Mondo. Una volta arrivati, superato l'umiliante filtro dell'ufficio immigrazione di Ellis Island, iniziava la sfida per l'integrazione.

 

Se in Sud America conquistarsi un posto nella nuova patria fu più facile, negli Stati Uniti era una faticaccia.

I nostri connazionali preferivano così ghettizzarsi nei quartieri italiani e frequentare scuole parrocchiali, rallentando così la diffusione dell'inglese nelle comunità.

 

Pregiudizi. Negli Stati Uniti che da poco avevano abolito la schiavitù si diceva che gli italiani non erano bianchi, "ma nemmeno palesemente negri".

In Australia, altra destinazione, erano definiti "l'invasione delle pelle oliva". E poi ancora "una razza inferiore" o una "stirpe di assassini, anarchici e mafiosi".

 

Il presidente Usa Richard Nixon intercettato nel 1973 fu il più chiaro di tutti. Disse: "Non sono come noi. La differenza sta nell'odore diverso, nell'aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Il guaio é che non si riesce a trovarne uno che sia onesto".

 

Tra il 1892 e il 1954 (anno della sua chiusura), furono circa 20 milioni gli uomini, le donne e i bambini che fecero tappa nell’immigration point di Ellis Island, un piccolo isolotto poco distante da Manhattan, dove tutti gli immigrati venivano controllati e accettati.


Dazi e frontiere. Negli Usa l'immigrazione dall'Italia si fermò con la Prima guerra mondiale. Nel 1921 l'Emergency quota act impose un tetto al numero di immigrati dall'Europa dell'Est e del Sud in quanto si riteneva che popoli come quelli italiani fossero meno assimilabili. Solo con la Seconda guerra mondiale, grazie all'arruolamento nell'esercito statunitense di molti italoamericani l'integrazione fece concreti passi avanti.

 

Italia chiama Europa. Forse anche per questo nel secondo dopoguerra ci fu una ripresa dell'emigrazione dall'Italia agli Usa.

Ma ormai si era aperta una nuova rotta verso l'Europa del Nord: Francia, Germania e Belgio le mete più gettonate.

 

Eppure nemmeno qui i nostri connazionali furono accolti a braccia aperte, anche perché il 50% partiva come clandestino, senza lavoro. Sfidando leggi e pregiudizi e assediando frontiere nell'irriducibile speranza di garantirsi una vita migliore.

 

In fuga dalla povertà (e dai Savoia. Gli italiani che partono per l'America, provengono soprattutto dalle regioni del sud, impoverite dall'unità d'Italia. Le politiche repressive dell'esercito dei Savoia coi massacri di "briganti" (che spesso briganti non sono) e la mancanza di una riforma agraria spingono centinaia di migliaia di contadini a lasciare la propria terra. Perché proprio in America? Dagli Usa, reduci dalla guerra di secessione, c'è richiesta di manodopera per sostituire gli schiavi ormai liberi. E poi c'è anche una ragione pratica ed economica: il viaggio in nave verso le Americhe, che dura circa 12 giorni, costa meno del biglietto del treno per il nord dell'Europa.

 

Vittime del razzismo Il fatto che gli italiani si trovino a rimpiazzare gli afro-americani e lavorare a stretto contatto con loro, li rende socialmente indesiderabili agli occhi dei bianchi. Gli atti di razzismo non si contano: e se sospettati di un crimine gli italiani, come i neri, vengono linciati pubblicamente e senza processo.

 

Andata e ritorno Gli italiani arrivano negli Usa a botte di 1.000 al giorno (nel solo 1906 si calcola ne sbarchino 358 mila). In maggioranza sono uomini e non tutti vogliono restare, ma mettere da parte qualche soldo per tornare a casa e comprare un pezzo di terra (cosa che farà quasi la metà di loro).
La prima grande comunità italiana a New York si forma ad Harlem, dove gli "italians" vanno a vivere in edifici fatiscenti di 5/6 piani, coi servizi in comune, in strade che rispettano la regione di provenienza. I siciliani coi siciliani, i calabresi coi calabresi e così via.

 

Le immigrate Anche le donne lavorano, spesso come operaie della manifattura. Le condizioni non sono delle migliori, come rivelerà tristemente la tragedia della Triangle, una fabbrica tessile di New York dove il 25 marzo 1911 scoppia un incendio: gli operai e le operaie, soprattutto italiani, sono stati chiusi a chiave per evitare che si assentino e non possono fuggire. Muoiono 123 donne e 23 uomini.

 

Sovversivi Le pessime condizioni di vita e di lavoro degli emigranti e l'arrivo negli Stati Uniti di anarchici e sovversivi in esilio, porta all'aumento dei disordini sociali.
Il 16 settembre 1920 scoppia una bomba a Wall Street, che produce una spaventosa esplosione, 39 morti e 200 feriti. È il più sanguinoso attentato mai avvenuto a New York, prima dell'11 settembre 2001. Si pensa che a commetterlo sia stato l'italiano Mario Buda, che intanto è fuggito. Lui, considerato l'inventore dell'autobomba, negherà ogni addebito fino alla morte, nel 1963.

 

Sindacalisti Gli emigranti italiani sono quelli che maggiormente avvertono l'esigenza di un sindacato: tra i leader della protesta operaia si fa strada il giornalista e drammaturgo Carlo Tresca, anarchico, arrivato negli Usa nel 1904 per sfuggire a una condanna politica. Tresca si oppone con tenacia al fascismo, al comunismo e anche alla mafia, ma per le sue idee socialiste non piace alla polizia americana. E ha un nemico giurato: il potente uomo d'affari italo-americano Generoso Pope, filofascista e in contatto col boss Frank Costello.
Tresca viene ucciso nel 1943 mentre cammina sulla Fifth Avenue da un sicario che avrebbe agito su ordine del padrino Vito Genovese. Ai suoi funerali partecipano circa 5000 persone.

 

Leggende nere e innocenti veri Oltre ai "sovversivi", a contribuire alla pessima fama degli italiani negli anni di inizio novecento è anche la Mano Nera, la mafia degli italo-americani.
È in questo clima di ostilità e pregiudizio verso gli italiani che vengono arrestati gli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, accusati di rapina e omicidio. I due vengono condannati a morte nel 1927, nonostante l'assenza di prove e la confessione di un detenuto portoricano li scagioni. A poco servono il sostegno di intellettuali come Albert Einstein, Dorothy Parker e George Bernard Shaw e l'intervento ufficiale del governo di Benito Mussolini: nulla può salvarli.
La riabilitazione avverrà solo 50 anni più tardi, nel 1977, per opera del Governatore del Massachusetts, Michael Dukakis.

 

Luci e ombre dell'l'integrazione Come fare a integrare gli italiani nella società newyorkese? Un gruppo di missionarie con a capo la suora protestante Anna Ruddy si offre di portare l'America nei quartieri dove gli italiani vivono segregati: nasce la Harlem House, un centro sociale, dove le missionarie forniscono assistenza sanitaria a bambini e adulti e impartiscono loro lezioni di inglese e di educazione civica.
Inizia così la fase di "assimilazione" degli italiani. I primi tempi non sono facili. Ai bambini viene vietato parlare l'italiano a scuola. Anche le usanze italiane vengono bandite: le assistenti sociali arrivano a consigliare alle donne di smettere di usare l'olio di oliva a favore del burro. Un brutto colpo per la cucina italiana. Che si prenderà la sua rivincita più volte. L'ultima nel 2013 quando l'emporio Eataly risulterà il terzo luogo più visitato di New York, in base agli scontrini emessi, dopo l'Empire State Building e il Metropolitan Museum.

 

I politici italo-americani Nel 1916 il Congresso degli Stati Uniti elegge il primo deputato italo-americano: è Fiorello La Guardia, figlio di un musicista di Cerignola. Nel 1933 diventa sindaco di New York, guadagnandosi la fama di amministratore onesto e competente: lavora nel solco del New Deal del Presidente Roosevelt per mettere fine alla grande Depressione, costruendo scuole, parchi e case popolari. Combatte la mafia ed è tra i primi uomini politici americani a schierarsi contro fascismo e nazismo.
Morirà nel 1947, in tempo per vedersi dedicato il secondo aeroporto di New York di cui, secondo un sondaggio, è stato il sindaco più amato di sempre.

 

Politici, mafiosi e poliziotti Se è vero che nella New York italo-americana si sono fatti strada molti mafiosi, è anche vero che dalla stessa comunità nascono anche figure di spicco come Vito Marcantonio, deputato molto attivo nella lotta per i diritti civili e per i diritti dei lavoratori, dei poveri e di tutti gli esclusi; Rudolph Giuliani, prima procuratore federale e poi sindaco della città, molto attivo nella lotta alla criminalità; il poliziotto Frank Serpico, figlio di emigranti di Marigliano (Napoli) che diventerà famoso negli anni 70 per la denuncia dei casi di corruzione della polizia newyorkese; e Mario Cuomo, il governatore "liberal" dello stato di New York, scomparso il 1 gennaio 2015, molto attivo contro la pena di morte.

 

Da wop a Guido Gli italiani in America vengono apostrofati in molti modi: durante la grande immigrazione il nomignolo più in voga è "wop", acronimo di "without official papers" (senza documenti ufficiali), che ad alcuni ricorda la parola "guappo". Nel 1978 la popolare trasmissione Saturday Night Live rende celebre lo sketch di padre Guido Sarducci, un prete che fuma, indossa occhiali scuri e parla di gossip: e diventa di moda il soprannome Guido (ma secondo alcuni era già diffuso).
Nel 2009 verrà rilanciato dal reality show Jersey Shore, che mette in scena la vita di 8 giovani italo-americani, i guidos e le guidettes. Non senza polemiche da parte della comunità italo-americana, che non si riconosce nel loro stile di vita urlato e trash.

 

Da poverissimi a benestanti Ma, nomignoli a parte, gli italo-americani nel corso del tempo hanno avuto modo di rifarsi: secondo il censimento del 2000, in media guadagnano 61.300 dollari all'anno, 11 mila in più della media nazionale (50 mila dollari) e hanno un' istruzione superiore alla media, che gli consente di ottenere lavori migliori. Il 29% ha un diploma, il 7% la laurea e il 2% insegna nelle università o svolge professioni di prestigio.
Vantano origini italiane rockstar, attori, registi e scrittori famosi. E nel 2013 New York elegge il suo quarto sindaco italo-americano: Bill De Blasio, i cui nonni materni erano arrivati in America a fine '800 rispettivamente da Benevento e Matera. 

 

E veniamo ai giorni nostri.

 

Non trovate delle affinita’ con la situazione che che stiamo vivendo oggi in Italia ?

 

Da dove arrivano uomini, donne e bambini che cercano protezione in Italia? E perché scappano, dalla guerra ? o da che altro ?

 

Come è ormai noto, il numero dei richiedenti asilo nel 2018 in Italia è in calo. Nei primi sei mesi dell’anno 33.770 uomini, donne e minori provenienti da Africa, Asia ed Europa (quattro continenti se si aggiungono anche i pochi sudamericani) hanno chiesto protezione internazionale nel nostro Paese.

Un trend in discesa già iniziato nel 2017 e che con tutta evidenza proseguirà nei prossimi mesi.

 

Nonostante questo calo, in Italia lo scontro politico è sempre molto alto e la propaganda sul tema continua a essere molto forte.

 

Proviamo a fare chiarezza proviamo a restituire una fotografia diversa dei principali Paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Italia, e cerchiamo di capire meglio la situazione in quei Paesi.

 

A differenza di quello che spesso si sente o si legge, non si fugge dal proprio Paese solamente a causa di una guerra. A volte la soglia di democrazia è bassissima, altre volte non c’è libertà di stampa o la soglia di povertà (non solo economica) rende impossibile la stessa sussistenza.

Le motivazioni che spingono, e che hanno spinto, centinaia di migliaia di persone a viaggi difficilissimi e pericolosi sono complesse, e non solo la fuga da un conflitto.

 

Non bisogna dimenticare, come al contrario spesso accade, che il diritto all’asilo è un diritto soggettivo e non collettivo che va riconosciuto ad ogni singolo individuo sulla base della situazione personale e non a un contesto ampio, nazionale.

 

Si fa presto a parlare di “migranti economici”. Prendiamo per esempio il Multidimensional Poverty Index (realizzato dal Development Programme delle Nazioni Unite). Questa classifica prende in considerazione solo parte dei Paesi del pianeta (un centinaio), quelli in cui la “povertà acuta” è più diffusa.

 

E mette in ordine secondo una povertà che non è solo economica, ma comprende anche beni e servizi che contribuiscono a costituire una vita “non povera”.

ll MPI quindi tiene conto anche della mancanza di un sistema scolastico e sanitario dignitoso, l’impiego o la sicurezza personale. Come scrivono i curatori dell’Index: «Nessun indicatore da solo, come per esempio il reddito, è in grado di cogliere i molteplici aspetti che contribuiscono alla povertà».

 

Molto spesso i Paesi più poveri, e dai quali si fugge o si vorrebbe fuggire, sono anche quelli in fondo alle graduatorie sulla democrazia o dove i diritti civili non sono tutelati. Poveri economicamente, ma anche poveri di democrazia e di libertà.

 

Un esempio in questo senso è il Gambia, Paese di provenienza del giovane richiedente asilo morto suicida perché aveva visto respinta la domanda di protezione. Il Gambia è un paese che nel 2016 ha avuto libere elezioni dopo 20 anni di presidenza Jammeh e di grandi restrizioni su diritti politici e civili. Ora, scrive Freedom House, «le libertà fondamentali, compresi i diritti di riunione, di associazione e di parola, sono migliorate, ma lo stato di diritto non è consolidato. Le persone subiscono gravi discriminazioni e la violenza contro le donne rimane un problema serio».

 

Ecco, malgrado non ci sia una guerra, il Gambia è un Paese da cui – almeno per alcuni – è legittimo fuggire o no?

 

Nel 2016 piu’ di 5.000 persone sono morte in mare, affogate.

Nel 2017 2.500.

Nel 2017 piu’ di 15.000 persone sono rinchiuse nei campi di detenzione libici.

Nel 2017 piu’ di 100.000 profughi sono sbarcati in Italia (130.000 nel 2016, ma poco piu’ di 30.000 nel 2018).

Incredibilmente 13.000 sono minori non accompagnati.

 

Il martellante incitamento all’odio razziale,al l’omofobia,al l’odio contro le donne, contro i diversamente abili, tutto di matrice prettamente salviniana.

 

Gli umani sono creature sociali che sono facilmente influenzate dalla rabbia e dal furore che sono ovunque in questi giorni. Quali conseguenze hanno i discorsi incendiari dei politici in questo contesto?

 

Gli umani sono creature sociali che sono facilmente influenzate dalla rabbia e dal furore che sono ovunque in questi giorni. Quali conseguenze hanno i discorsi incendiari dei politici in questo contesto?

 

Il seguente articolo è stato pubblicato originariamente qui da The New York Times.

 

La neuroscienza dei discorsi di odio

di Richard A. Friedman – opinionista del NYT e professore di psichiatria clinica e direttore della clinica di psicofarmacologia del Weill Cornell Medical College

 

Le parole dei politici, in particolare quelle del Presidente degli Stati Uniti, sono importanti?

Da quando è in carica, il Presidente Trump ha continuamente demonizzato i suoi avversari politici definendoli malvagi e li ha sminuiti chiamandoli stupidi. Ha chiamato gli immigrati senza documenti “animali”. La sua retorica ha contribuito in modo determinante al nostro clima d’odio, amplificato dai media di destra e dalla virulenta cultura online.

 

Certo, è difficile dimostrare che i discorsi incendiari siano una causa diretta di atti violenti. Ma gli umani sono creature sociali – compresi, e forse soprattutto, gli svitati e i disadattati tra noi – che sono facilmente influenzate dalla rabbia che è ovunque in questi giorni. Questo potrebbe spiegare perché solo nelle ultime due settimane abbiamo visto l’orribile massacro di undici ebrei in una sinagoga di Pittsburgh, con l’uomo arrestato descritto come un rabbioso antisemita, così come l’invio di pacchi bomba ai critici più influenti di questa Amministrazione da parte di un esaltato sostenitore di Trump.

 

Non devi essere uno psichiatra per capire che l’odio e la paura diffusi tra i sostenitori di Trump possono spingere qualche sbandato all’azione.

Ad ogni modo, la psicologia e la neuroscienza possono darci alcuni spunti importanti per riflettere sul potere che hanno le parole pronunciate dalle persone potenti. Sappiamo che l’esposizione ripetuta a discorsi di incitamento all’odio può aumentare i pregiudizi, come confermato da una serie di studi condotti lo scorso anno in Polonia, e desensibilizzare gli individui verso le aggressioni verbali, anche perché normalizza quello che di solito sarebbe considerato un comportamento socialmente condannabile.

 

Allo stesso tempo, politici come Trump che alimentano la rabbia e la paura nei loro sostenitori, provocano un aumento degli ormoni dello stress, come il cortisolo e la norepinefrina, e colpiscono l’amigdala, una ghiandola del cervello che gestisce emozioni come quelle della paura. Uno studio, ad esempio, incentrato su “l’elaborazione del pericolo” ha dimostrato che il linguaggio minaccioso può attivare direttamente l’amigdala. Ciò rende difficile per le persone gestire le proprie emozioni e pensare prima di agire.

Trump è riuscito a convincere i suoi sostenitori che è l’America ad essere la vittima e che affrontiamo una minaccia esistenziale da pericoli immaginari come la carovana migrante e le “schifose fake, fake news”.

 

Due personaggi in particolare hanno dimostrato di aver ascoltato le parole del Presidente Trump. Robert Bowers, autore della sparatoria che ha ucciso 11 persone nella sinagoga di Pittsburgh, ha accusato gli ebrei di aver aiutato a trasportare alcuni membri della carovana migrante centroamericana. Sembra che pensasse che il Presidente non stava facendo abbastanza per proteggere gli Stati Uniti dagli invasori. “Non posso stare seduto a guardare mentre la mia gente viene massacrata”, ha scritto online prima della furia omicida. E Cesar Sayoc Jr., accusato di aver spedito bombe alla CNN, ha fatto eco al Presidente in un tweet: “Altre bugie lavoro inganno Propaganda ciao fallite fallite spazzatura della CNN.”

 

Chiunque di noi, sottoposto a continue e mirate sollecitazioni, potrebbe essere spinto alla violenza dalla retorica dell’odio.

Susan Fiske, psicologa di Princeton, ha dimostrato insieme ad alcuni colleghi che la sfiducia nei confronti di un gruppo esterno è legata alla rabbia e ad impulsi che tendono alla violenza. Ciò è particolarmente vero quando una società affronta difficoltà economiche e le persone sono portate a vedere gli estranei come concorrenti per il loro lavoro.

Mina Cikara, psicologa ad Harvard, sostiene che “quando un gruppo viene messo sulla difensiva e si sente minacciato, inizia a credere che tutto, compresa la violenza, sia giustificato”.

 

Un’altra cosa che fa Trump e che facilita la violenza contro coloro che non ama, è disumanizzarli. “Queste non sono persone”, ha detto una volta a proposito di immigrati irregolari sospettati di legami con bande criminali. “Questi sono animali.”

La ricerca della dottoressa Cikara, e di molti altri, mostra che quando un gruppo si sente minacciato, è molto più facile pensare alle persone dell’altro gruppo come meno umane, e avere poca empatia per loro – due condizioni psicologiche che favoriscono la violenza.

 

Secondo una ricerca del dott. Fiske del 2011, membri di gruppi che sono stati disumanizzati possono arrivare a suscitare disgusto nelle persone. Il dott. Fiske ha inoltre scritto: “Sia la scienza che la storia suggeriscono che le persone agiscono sui loro pregiudizi nel peggiore dei modi quando vengono messe sotto stress, condizionate dalla società, o quando ricevono l’approvazione dalle autorità per farlo“.

 

Quindi, quando qualcuno come il presidente Trump disumanizza i suoi avversari, rischia di privarli di empatia e quindi della protezione morale, rendendo più facile fargli del male.

Se avete ancora qualche dubbio sul potere del discorso politico di fomentare la violenza fisica, considerate il classico esperimento dello psicologo di Yale, Stanley Milgram, che nei primi anni ’60 aveva studiato la volontà di un gruppo di uomini di obbedire a una figura autoritaria.

 

Ai soggetti era stato detto di somministrare scariche elettriche a un altro partecipante, senza essere a conoscenza del fatto che le scariche fossero finte. Il 65% dei soggetti ha fatto quello che gli era stato ordinato applicando la scarica massima, che se fosse stata reale avrebbe potuto essere fatale.

Questo andava a dimostrare come possiamo essere facilmente influenzati dall’autorità per fare del male terribile agli altri, anche semplicemente ricevendo un ordine.

Ora immaginate cosa succederebbe se il presidente Trump lanciasse veramente una chiamata alle armi ai suoi sostenitori. Paura? Dovreste averne.

 

Traduzione e rielaborazione testo a cura di Sabika Shah Povia

 

P.S. Nell’articolo sostituite alla parola “Trump” la parola “Salvini”.