Ancora sulle Olimpiadi

Carlo Tecce | 26 Giugno 2019

 
     
 

Una gestione vergognosa dei nostri soldi. Il malaffare ha grandi sostenitori e radici profonde.

 
     
 

Il progresso non s’arresta, la memoria neppure. Oltre l’esaltazione per le Olimpiadi invernali del 2026 assegnate a Milano e Cortina e il resuscitato orgoglio nazionale, che sopisce e svilisce il passato, ci sono epoche, non anni, di errori e orrori, di denaro bruciato, di cemento, di fregature.

E la delegazione italiana che ha conquistato i cinque cerchi per amor di patria, col tricolore stretto al collo o al polso in quel di Losanna, in una solenne assise del Comitato olimpico internazionale (Cio), è in gran parte testimone se non protagonista degli scandali dei grandi eventi sportivi in Italia.

 

È il 1984, Bettino Craxi a Palazzo Chigi, il socialismo gaudente ovunque, Franco Carraro, dirigente sportivo dal ’62 e oggi ancora a Losanna con la grisaglia di membro del Cio, è al vertice del Coni.

Roma ha l’onore di ospitare i Mondiali di calcio del 1990, il comitato organizzatore è affidato a Luca Cordero di Montezemolo, che a Losanna era in veste di “ambasciatore” presso i votanti olimpici.

“Italia 90”, notti magiche, mutui immensi. Con la Finanziaria del 2015, un quarto di secolo dopo se il calcolo non è automatico, lo Stato stanzia i soldi per l’ultima rata che copre la voragine scavata dalla legge speciale numero 65 del 1987: 61,2 milioni di euro.

L’osceno stadio Delle Alpi di Torino (pubblico), costato 226 miliardi di lire con un rialzo del 224 per cento sui preventivi, viene demolito nel 2009 per far sorgere lo Juventus Stadium (privato). Il gigantesco albergo di Ponte Lambro a Milano resiste, vuoto e sfatto, fino al 2012. Poi lo buttano giù.

 

Il prezzo di “Italia 90” è di 7 mila miliardi di lire – di cui 6 mila pubblici – cioè 3,5 miliardi di euro, il doppio con l’inflazione, il danno è quasi inestimabile. E la Coppa va pure ai tedeschi riuniti in una orribile finale con l’Argentina di Diego Maradona.

 

Massimo D’Alema nel ’99 consegna all’Italia la prima medaglia del Secondo millennio: i Giochi invernali di Torino 2006. Il governo di Silvio Berlusconi nomina Mario Pescante commissario straordinario, Evelina Christillin è vicepresidente vicario di Toroc, l’organismo costituito per far germogliare le Olimpiadi. Pescante per rappresentare il Cio e Christillin per le attività di lobby contro gli avversari svedesi erano a Losanna.

 

Ogni giorno c’è una notiziola che segnala uno sgombero al villaggio olimpico di Torino, occupato dagli immigrati: 145 milioni di euro, un insediamento commerciale su carta, lotta tra legalità e bisogni.

La pista di bob di Cesana, 110 milioni di euro, è un lugubre tracciato nel nulla. Ormai non ci rubano neanche più il rame. A Pragelato riflettono – davvero, proprio negli istanti in cui va in stampa l’articolo – sul futuro del trampolino olimpico (37 milioni): va riqualificato o smantellato?

 

Torino 2006, per le maldestre intenzioni, era un inno alla sobrietà. Mezzo miliardo di euro, non di più, garantivano sicuri in Piemonte. È finita con 3,5 miliardi di euro di spese, di cui 1,4 per lo Stato, 600 mila per comune e regione e un miliardo di introiti.

Oggi Giovanni Malagò, destinato a restare in eterno al Coni, celebra le Olimpiadi del Nord produttivo, dieci anni fa era nel disastro dei Mondiali di nuoto di Roma, improduttiva forse, eppure ben reattiva nel tuffarsi sugli appalti.

 

Per l’occasione di “Roma 09”, tra piscine corte e lunghe, opere incompiute e una miriade di figuracce, l’Italia schiera la “cricca” con il dirigente statale Angelo Balducci, il costruttore Diego Anemone e compari.

 

Per i curiosi, i feticisti del genere, nel quartiere periferico di Tor Vergata è semplice visitare o ammirare a distanza di sicurezza uno scheletro di ferro – una replica della Torre Eiffel richiede meno roba – che porta la firma dell’architetto spagnolo Santiago Calatrava, che tanto era di moda a quel tempo: 250 milioni di euro per una ampia vela o una pinna di squalo, una bozza di palazzetto che per nascere dovrebbe drenare altri 600 o 700 milioni di euro, chissà.

 

Una chicca: il polo natatorio di Valco San Paolo, edificato da Francesco Piscicelli, l’imprenditore noto per la risata nella notte del terremoto de L’Aquila, 13 milioni di euro, mai inaugurato, già crollato.

 

Un paio di giorni fa, magari per persuadere i reticenti principi del Cio impegnati a valutare la candidatura di Milano e Cortina, il deputato forzista Paolo Barelli, presidente di Federnuoto da vent’anni, ha rassicurato i romani: “Serve un ulteriore finanziamento per Valco San Paolo”. Evviva. È troppo presto.

 

“Roma 09” è uno splendido ricordo per i circoli sportivi di Roma, come il ben frequentato Aniene di Malagò. Per oggettiva mancanza di neve, il Coni non ha considerato mai l’ipotesi di lanciare la Capitale verso le Olimpiadi invernali e dunque Milano e Cortina sono una degna rivincita, ma ci ha provato con l’edizione estiva del 2024, finché i Cinque Stelle e la sindaca Virginia Raggi non l’hanno fermato.

 

Il gruppo “Roma 24” ha liquidato le attività nel 2017, dopo un triennio di relazioni pubbliche per convincere il Cio e i romani. Un esoso preliminare con esito infausto: 12,8 milioni di euro, più di 2 a carico dello Stato, più di 9 del Coni che, a sua volta, è a carico dello Stato.

 

Questa rassegna non ha l’intenzione di arrestare il progresso, semmai di liberare la memoria.

 

Auguri.